Outsourcing 2.0 e Crowdsourcing: un confine sottile

Prima di scrivere un nuovo post sul tema dell’outsourcing, secondo il mio personale punto di vista e a diversi mesi di distanza dal precedente, mi sono chiesto quali possano essere le interrelazioni, le complementarietà e le linee di confine con un altro tema “caldo” che fa parlare di sè: il Crowdsourcing.

Ho provato a buttare giù un idea:

Go Social

Outsourcing e Crowdsourcing nella value chain ICT

Figura 1 – “Go Social”

chiave di lettura:

  • i cerchi rappresentano i canali web, sia quelli tradizionali che i canali di tipo 2.0;
  • gli esagoni rappresentano parte della catena del valore di una azienda ICT, al netto delle funzioni di supporto.
  • la figura può essere letta secondo un asse temporale, da sinistra a destra, oppure come un ciclo che ha come aspetto centrale il Social Networking.

La tesi è la seguente:

  1. la funzione di Business Development intercetta i sentori del mercato, osserva l’evolversi delle soluzioni tecnologiche e le possibilità di concretizzarle in attività di valore per i clienti dell’azienda. In una parola CATTURA le opportunità.  I canali che presidia spaziano dai forum, tradizionali strumenti di approfondimento di temi verticali, ai microblog, per avere in tempo reale aggiornamenti, rumors, informazioni da fonti autorevoli. Ma la vera novità è rappresentata dal presidio e dallo sviluppo di una o più piattaforme di Crowdsourcing, che caratterizza un modo nuovo per entrare in contatto con la domanda, cioè con le esigenze espresse dai clienti.
  2. la funzione di Delivery implementa le soluzioni intercettate, i requisiti formalizzati, in linea con le aspettative del mercato e seguendo metodologie tradizionali per la loro realizzazione. Documenta ciò che implementa con strumenti Wiki.
  3. la funzione di Customer Services,  profila ovviamente i clienti, ma soprattutto li ASCOLTA: il canale principale è un CRM Sociale nel quale il livello di interazione tra cliente e fornitore prescinde dal contratto siglato dalle parti, è più simile ad un rapporto di partnership, in linea con il consumato motto “win-win“.
  4. il Marketing, in questo contesto, ha un ruolo centrale nel presidio della rete: gestisce i “sentiment“,  il social brand  ed aiuta l’azienda a promuovere le nuove soluzioni implementate.

Il modello di business delle piattaforme di Crowdsourcing è oggetto di analisi  da parte di autorevoli osservatori (cito per tutti Dion Hinchcliffe) che si interrogano su come questo strumento possa portare valore ad una azienda.

Una possibile risposta è tuttavia già disponibile nel mondo reale: da sempre il marketplace, ovvero la piazza del mercato quale punto di incontro tra domanda ed offerta,  è soggetta ad alcuni requisiti primari:

  • Accessibilità: comodi parcheggi, accesso da grandi vie di comunicazione, collegamento con trasporti pubblici,

    Centro Commerciale: Interno

  • Visibilità: brand, marketing tradizionale, eventi, promozioni, …

che definirei requisiti esterni, ed altri quali:

  • Disponibilità: dei servizi per i clienti, delle infrastrutture per i negozi, …
  • Fruibilità: progettazione dei canali di accesso e per la mobilità, …
  • Affidabilità: aggiornamento dei prodotti, qualità dei servizi, …
  • User Experience: ambiente, luminosità, pulizia, stile, …

che possono essere definiti requisiti interni.

Soffermandosi sugli aggettivi, è facile riconoscere in ognuno le qualità indispensabili per la realizzazione di un buon sito web o di un portale. E’ altrettanto semplice osservare che il business è (anche) di chi ospita, di chi rende disponibile il mercato, offrendo spazio attrezzato per vendere prodotti e servizi.

Il crowdsourcing è un modello di business concepito per offrire risposte alle domande, soluzioni ai problemi. Ma anche l’outsourcing risponde in astratto a questi requisiti. Allora quali sono le differenze?

  • L’outsourcing si basa su un contratto tra un cliente ed un fornitore di servizi oppure tra un cliente ed un raggruppamento di imprese;
  • il crowdsourcing ha una formula di relazione collettiva tra più clienti, o usufruttori, con più fornitori, che possono sfociare in un rapporto privilegiato tra un cliente ed un fornitore in un secondo tempo;
  • l’outsourcer deve avere internamente, o farsi garante nei confronti del cliente, di tutte le competenze di processo, di metodo, di organizzazione e di strumenti, perchè la relazione sia proficua per entrambi e duratura nel tempo;
  • il modello organizzativo nel mondo del crowdsourcing è finalizzato a trovare in rete le competenze “best-in-class”, eventualmente raccolte e selezionate da un intermediario: il proprietario del mercato.
  • il crowdsourcing ha molte similitudini con l’opensource, in particolare per il recruitment, con la differenza che il titolare del progetto, colui che lancia il progetto è il cliente.

Conclusioni

Ritengo che l’outsourcing sia adatto a servizi a lungo termine, che possono essere commodities e/o  attività finalizzate a “tenere in moto” il business del cliente, con l’applicazione di metodologie consistenti e rigorose, mentre il crowdsourcing rappresenta il modello più idoneo per spingere sull’innovazione, per creare valore al business del cliente, poichè nessuna azienda può contare sulla forza lavoro e sulla capacità creativa espressa dalla rete.

E’  un tema che merita di essere approfondito.

Stay Tuned!

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4 Risposte to “Outsourcing 2.0 e Crowdsourcing: un confine sottile”

  1. Luca Meyer Says:

    Ottima riflessione.

    Quindi il crowdsourcing rappresenta un primo step nella ricerca di nuove idee/nuovi stimoli, i quali però vanno poi organizzati ed eventualmente sviluppati in ambiti più “ristretti” e “professionali” quali quelli rappresentati dall’outsourcing. Condivido pienamente ma mi permetto di sollevare un paio di aspetti “problematici” del crowdsourcing:

    (1) collaborare o competere? Alla base del crowdsourcing esiste solitamente un premio conteso tra i partecipanti, quindi a mio avviso vi è una incoerenza nel momento in cui promuovo allo stesso tempo spirito di collaborazione e competitività tra i partecipanti

    (2) oggettività giudizio finale. Chi mi assicura che chi valuta la soluzione che propongo sia in totale buona fede e che quindi non attinga dalla stessa nel caso in cui la mia non sia la soluzione vincente e premiata?

    Attendo ulteriori approfondimenti.

    Grazie,
    Luca Meyer

    • giovannibudicin Says:

      Grazie Luca, le tue osservazioni sono pertinenti.

      E’ vero ciò che osservi al punto 1: su alcune piattaforme, il cui modello di business si basa sul crowdsourcing, esiste una competizione serrata come ad esempio topcoder, che arriva ad assegnare i progetti splittandoli in fasi (specifiche, architettura, sviluppo, test, ….) nei propri contest; il vincitore emerge attraverso peer-review.
      In altre, mi viene in mente wikipedia per esempio, il modello è puramente collaborativo, con la recente introduzione della moderazione dei contenuti.
      Nel mondo opensource in taluni casi il primo premio è il prestigio, la visibilità che il team riesce ad avere per il proprio progetto, prima ancora che i riconoscimenti economici.

      E’ altrettanto corretta la considerazione del punto 2.

      In merito al punto 1, ritengo che sia necessaria una corretta governance delle regole di ingaggio, delle responsabilità degli attori e dagli strumenti offerti dalla piattaforma: è l’esempio di Innocentive, che ha recentemente reso disponibile uno strumento di teamworking, con lo scopo di creare sinergia collaborativa tra i “solvers” attorno ad un progetto.
      Per quanto concerne il punto 2: la trasparenza, la fiducia ed un solido non-disclosure agreement, consentono di instaurare un rapporto credibile con tutti i partner, ma questa osservazione vale indipendentemente dal modello crowd o tradizionale.

      Giovanni.

  2. Alessandro Says:

    Ciao Giovanni. Molto interessante il tuo post, come anche gli altri… dovresti scrivere di più!

    Avevo sentito parlare del crowdsourcing ma tu l’hai spiegato molto bene. Volevo capire meglio se il crowdsourcing può essere visto sia come una risorsa che come “forma di distribuzione” delle attività di un progetto alll’interno di un’azienda.
    Immaginiamo di poter opportunamente esternalizzre e decomporre le singole attività di un progetto, al fine di massimizzare la parallelizzazione delle diverse attività e quindi rdurre complessivamente i tempi e, forse, i costi di sviuppo di un progetto.
    E’ chiaro che in tal caso lo sforzo richiesto da parte di un PM è sicuramente più elevato rispetto alla modalità di conduzione tradizionale. Questo forse necessita di una gestione molto più rigorosa del progetto, ma che può essere anche migliore garanzia di riuscita del progetto stesso.

    Nella mia modesta esperienza, in un progetto IT la fase di analisi e progettazione è sempre molto carente, all’insegna del “ma intanto facciamo così, poi vediamo…” e infatti molti progetti sforano i budget e i tempi di consegna.

    Mi sono fatto l’idea che un progetto gestito in crowdsourcing implichi estrema chiarezza nel definire requsiti e obiettivi del progetto, dettagli funzional e piani di test, architetture e configurazioni e … forse lo dico pro domo mia, anche valorizzare il ruolo della documentazione di progetto/di prodotto.

    Pensi che questa idea possa trovare cittadinanza in un’azienda “illuminata”?
    Se attraverso un modello di gestione crowdsourcing-based si potesse veramente ridurre tempi e costi di realizzazione di un progetto, varrebbe la pena forse togliere un pò di ruggine dalle modalità di lavoro consolidate, non sempre efficenti.

    Il modello potrebbe essere anche più funzionale all’ottenimento degli obiettivi aziendali.

    Fammi sapere che ne pensi.
    Ciao.

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